UP – Recensione

up_pixarUn viaggio alla ricerca dell’avventura per scoprire che l’avventura più bella è quella che viviamo ogni giorno, basta voltarsi un momento indietro per scoprire quante cose straordinarie sono racchiuse nei piccoli gesti di ogni giorno. Questo, in pochissime parole, è UP, ultima fatica della casa di animazione Pixar. Un film d’animazione che farà contenti grandi e piccini, secondo me più grandi che piccini.
Come avviene ultimamente, infatti, i film Pixar stanno assumendo una connotazione sempre più adulta. Partendo da Ratatouille, passando per Wall-e e finendo con questa loro ultima fatica le tematiche sono andate via via complicandosi così come la messa in video della storia.
A supporto della maggiore vena “adulta” degli ultimi film Pixar, sta la primissima parte del film, praticamente senza dialoghi. Il protagonista, il vecchio e burbero Carl, spiccica la prima parola dopo un quarto d’ora dall’inizio del film. Poi ha inizio l’avventura vera e propria ossia quella di un ultrasettantenne che, dopo una vita “normale” passata al fianco dell’amata moglie Ellie, decide di partire alla ricerca dell’avventura per realizzare il sogno di una vita dell’ormai defunta consorte. Andare a vivere in sudamerica ai bordi di un’imponente cascata.
Come accadde per Wall-e, le immagini non sono semplicemente dei bei quadretti realizzati magistralmente in computer grafica, sono molto di più. Molto spesso ci si ferma a interrogarsi, a ragionare e a cercare di metabolizzare quanto passa sullo schermo. Il risultato finale è un’opera poetica, divertente e commovente che non può lasciare lo spettatore privo di soddisfazione quando lascia la sala.
A completamento del tutto ci sono gustose citazioni che vanno da Star Wars al famoso quadro “Cani che giocano a poker”, elementi questi che aggiungono divertimento ad una trama già ben congegnata e con un buon crescendo.
Personalmente ho trovato il film in questione un filino inferiore rispetto a Ratatouille e a Wall-e ma ci manteniamo comunque su di un livello stratosferico. C’è da chiedersi quando la Pixar sbaglierà il primo colpo, per ora non ci sono le minime avvisaglie che possano far pensare ad un’eventualità del genere.

Bastardi senza Gloria

vert. BastardiE pure senza infamia e senza lode, mi verrebbe da dire, ma sarebbe un giudizio un po’ troppo negativo per un film tutto sommato più che buono.
Premetto subito che non vado folle per Tarantino. Mi piacciono alcuni suoi lavori passati e lo reputo un ottimo regista. Per mia fortuna sono però immune al virus della Tarantinite, quello che spopola tra molti appassionati di cinema pronti a gridare al miracolo ad ogni scoreggia prodotta dal regista americano.
La sua ultima pellicola racconta le vicende di un manipolo di soldati americani (i bastardi appunto) e del loro piano volto a seminare il panico tra le fila naziste impegnate nell’occupazione del suolo francese. Bastardi contro nazisti, dunque.
Da un lato i nazisti sono rappresentati come figure curiose, talvolta buffe e ridicole. Hitler è un personaggio isterico e sgradevole (vabbè, non ci voleva tanto), Goebbels un dandy effemminato pronto a commuoversi per una parola gentile rivoltagli dal suo fuhrer. L’unico personaggio veramente di rilievo tra i nazisti è l’ufficiale SS Hans Landa interpretato magistralmente dall’attore austriaco Cristoph Waltz (non a caso l’interpretazione gli è valsa la palma d’oro a Cannes). Landa è soprannominato “il cacciatore di ebrei” e ha lo scopo di stanare gli ebrei che si nascondono tra la popolazione francese.
Da un lato Landa, dall’altro il tenente Aldo Raine (interpretato da Brad Pitt) leader del manipolo di soldati ebrei, noti come bastardi, che ha lo scopo di uccidere e fare lo scalpo a tutti i soldati nazisti che incontreranno sulla loro strada. Non a caso il film si apre e si chiude su questi due personaggi.
Oltre a loro, rimane impressa la figura della protagonista femminile. Shoshanna Dreyfuss (Melanie Laurent), la cui famiglia viene sterminata proprio dagli uomini di Landa. Epocale sarà la sua vendetta.
Il film si sviluppa in capitoli, trattati come una piece teatrale. Le scene sono infatti molto lunghe e statiche. Ogni capitolo è ambientato quasi sempre in una singola stanza. Alla lunga il meccanismo tende un po’ a stancare e si nota tutto l’auto compiacimento del Tarantino regista. Agli aficionados bravi a cogliere le miriadi di citazioni tutto ciò piace, agli altri magari un po’ meno. Ciononostante, Tarantino è molto abile a mantenere un registro di attenzione piuttosto alto e nonostante la lungaggine di alcune sequenze raramente ci si annoia.
In definitiva, un film godibile e vedibile. Forse lontano dai fasti de Le iene e di Pulp Fiction ma comunque una pellicola che soddisfa e che consiglio.

District 9 Recensione

district9_000Abbiamo sempre pensato agli alieni come ad una forma di vita superiore alla nostra; sia che venissero rappresentati come invasori crudeli giunti fino a noi con lo scopo di conquistarci, sia nelle storie in cui lo scopo di una loro visita fosse di puro e semplice studio.
Mai mi era capitato di pensare agli alieni come a dei clandestini sbarcati sulla terra alla ricerca di aiuto.
Questo è quanto succede in District 9, film diretto dall’esordiente Neill Blomkamp e prodotto dal più famoso Peter Jackson (o meglio da ciò che ne è rimasto visto che avrà perso 500 kg dall’ultima volta che l’ho visto), regista della saga de Il signore degli anelli.
Come i clandestini di oggi, gli alieni arrivano sulla terra in maniera inaspettata, vengono stipati in campi profughi affollatissimi (il distretto 9 appunto) e sono disprezzati ed osteggiati dalla popolazione locale che chiede a gran voce di venir liberata da questa piaga. Il luogo in cui si svolge il tutto è, non a caso, Johannesburg in Sud Africa, la nazione dell’apartheid.
Dico subito che è un film di fantascienza per stomaci allenati, non mancano infatti sequenze piuttosto splatterone e lo stile del film è tutt’altro che pulito. Non voglio svelare molto della trama perchè un punto forte del film è la narrazione, molto ben studiata e con uno sviluppo davvero avvincente, per cui non rivelo nulla a chi ha intenzione di andarlo a vedere. Dirò soltanto che certe immagini rimarranno dentro a lungo (penso che lo sguardo del protagonista verso la fine della pellicola ritornerà spesso in mente a chi l’ha visto) così come la vicenda e i suoi risvolti.
In definitiva, se la fantascienza vi piace o se anche non vi piace ma non vi da fastidio qualche immagine un po’ forte vi consiglio caldamente questo film. Una pellicola davvero ottima che colpisce allo stomaco ma non tanto per la cruenza di certe immagini, colpisce per l’originalità e l’attualità della vicenda e riesce nell’ardua impresa di unire due elementi così distanti come fantascienza ed attualità proponendoli in modo intelligente e con grande qualità.
Da vedere.

P.S. Ora che ho organizzato il sito in sezioni, sono obbligato a recensire i film che vedo, altrimenti le pagine che non sono “Corsa” sono destinate a rimanere spoglie. Gnomoboleto, sei avvertito : )

Kung Fu Panda e gli spettatori occasionali

Lunedi sera sono andato a vedermi Kung Fu Panda, film di animazione della Dreamworks.
Questo progetto mi aveva incuriosito già da quando avevo visto che il panda era doppiato da Jack Black, in Italia, purtroppo, il doppiaggio è stato affidato a Fabio Volo. Non che Volo non mi stia simpatico, anzi, però trovo che queste operazioni (robba di marketing immagino) di far doppiare i personaggi dei film di animazione da gente di spettacolo o comunque “conosciuta” sia abbastanza dannosa.
Si finisce sempre per riconoscere la voce che doppia il personaggio e, in questo modo, si scindono le due cose, il personaggio non è più il panda ma diventa il panda con la voce di Fabio Volo.
Già la cosa si presenta con i doppiatori normali, capita spesso di riconoscere la voce di un personaggio già visto in un altro film, perchè dunque coinvolgere anche gente esterna?

Per carità, va anche specificato che Volo fa pure l’attore anche se, a mio parere, riesce meglio in radio o nelle trasmissioni televisive e non rappresenta il peggio sentito fin’ora.
Secondo me il premio del peggio sentito fin’ora lo vince ampiamente Ilaria D’Amico con il suo doppiaggio al drago di Eragon. A poca distanza segue DJ Francesco in Robots, il quale s’è impegnato non poco ma non è stato in grado nemmeno di avvicinarsi alla nefasta performance della D’Amico.

Detto questo volevo raccontare anche l’impatto avuto con gli spettatori occasionali. Avete presente quelli che vanno al cinema due volte l’anno (una è per vedere il “film di Boldi e De Sica”, la seconda è una a caso) ?
Bene, lunedi mi è capitato di avere una fila di spettatori occasionali alla visione del loro secondo film a caso.
Li riconosci subito, fin dal Botteghino. Non hanno idea di che cosa andranno a vedere. Celebre il dialogo tra due tizie cui ho assistito un po’ di tempo fa a proposito di (quella gran boiata che è) Apocalypto di Mel Gibson:
- “ho ma guarda che questo è un film pieno di sangue, morti, roba che fa schifo”
- “si si, mi piace, a me le cose che fanno schifo mi piacciono”
Se non bastasse c’è anche la parte dei trailer, sono gli unici che ridono durante i trailer e che formulano frasi del tipo:
- “segnati i titoli che poi li veniamo a vedere”
Infine, durante la proiezione tendono a commentare a voce alta, con elucubrazioni che denotano una conoscienza impressionante del campo. Cose tipo:
- “oh ma che bellino”
- “oh, poverino”
Ma soprattutto, il temutissimo:
- “e adesso cosa succede?”

Il tutto rigorosamente in dialetto. Il che aggiunge quel qualcosa in più che fa ancora più spettatore occasionale.

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